Ricordo le caste di qualche decennio fa. Quelle fasciste non le ho viste di persona. Non ero ancora nato. Ma i racconti di certe letture me ne hanno dato piena contezza. Negli settanta ero un bambino ma il sentore c’era già. Lo avvertivo dai discorsi dei grandi che la politica “sistema” e ci si “sistema” con la politica anche se non ho ancora incontrato qualcuno che ha avuto gli attributi per confessarlo. Sul finire degli anni ottanta ho raggiunto la maggiore età e cominciato a votare. Ma mi ero già innamorato della filosofia grazie alla fortuna di aver incontrato uno dei miei insegnanti che aveva lungimiranza e bravura. Giorgio Mancini ci accompagnò nello studio di quella nuova materia quando arrivai al terzo anno del liceo classico. Ci fece partire dalla filosofia orientale, quella saggezza che trovi nei segni, nei gesti, nella capacità di capire te stesso. La scelta universitaria non poteva che condurmi con forza verso quella stessa strada, la filosofia, che studia con passione i pregi e le virtù degli uomini, il senso della vita, la lotta tra un bene ed un male, il fenomeno ed il noumeno. La filosofia cerca la verità e non la trova mai dalla stessa parte. La filosofia ti allena a trovare il coraggio di vedere le cose così come sono. Anche quelle che sono contro di te. Persino quello che di te non vuoi vedere: i difetti della nostra natura umana che scambia la verità per bugia e viceversa quando conviene, che ti fa sostenere tutto quello da cui puoi trarre un interesse personale: una famiglia, un’attività, qualcosa che appartiene ai tuoi parenti, un paese, una scelta, una formazione ricevuta, una eredità, una religione, un partito. Già, un partito. Maestra filosofia mi disse che la politica non cerca mai la verità ma solo e sempre il consenso. Per avere quel consenso che, nelle democrazie moderne, si esprime in un voto, ci facciamo piacere tutto ed il contrario di tutto. Diventiamo orgogliosi della storia di chiunque appartenga al nostro stesso partito, all’idea dentro la quale ci sentiamo al sicuro, alla nostra convenienza. Ci innamoriamo così follemente di un punto di vista, di un colore politico che ne sposiamo i dettagli, le scelte, la fazione. La politica dona quel senso di appartenenza e di protezione, quell’istinto da stadio come il tifo per una squadra di calcio che può esaltarci, deluderci, farci gioire o guadagnare.

Li vedo ancora e li leggo coloro che vanno fieri del fascismo onorando un tale Benito Mussolini come fosse un grande uomo nonostante abbia tolto la democrazia agli italiani di quel tempo. Ma gli italiani di quel tempo, come i tanti (nostalgici) di questo tempo erano/sono contenti del duce, persino orgogliosi. La Resistenza li spazzò via. Così i vincitori osannarono la liberazione e molti italiani divennero antifascisti. Persino quelli che poco prima avevano goduto dei privilegi del fascio negarono di aver sostenuto Mussolini. Ricordo il potere dei democristiani. Al sud, anche dalla mie parti, quando un ministro di nome Pomicino arrivava per intervenire ad un convegno o ad un incontro politico/elettorale c’era chi gli baciava la mano. L’ho visto con i miei occhi. Ma l’elenco del peggiore teatro umano che vive di politica è lunghissimo.

Il potere socialista partorì Craxi, una macchina da guerra che salì al trono, poi venne processato per tangenti ma anche “rivisitato” e riportato agli onori della storia come un grande statista. Accade sempre così in Italia: si passa dal trono alla stalla e poi si ritorna in alto per revisionismo storico: un classico. Nemmeno in questo gli italiani sono affidabili. Socialisti erano molti suoi luogotenenti nelle diverse regioni italiane che raccoglievano voti perché facevano favori, raccomandazioni creando una rete ben collaudata che produceva (per chi portava voti e teneva alto il consenso del partito) codazzi, incarichi professionali, docenze universitarie, posti di lavoro, l’affidamento di lavori pubblici, lauti compensi. Così è stato per i socialisti, per i democristiani, per i partiti minori e persino per i comunisti che sono stati per molti anni alle opposizioni prima di arrivare alla gestione più diretta del potere e fare rete, codazzi, luogotenenti.

Il potere attrae, rende servitore chiunque. E il potente di turno ha sempre lo stesso irresistibile fascino qualsiasi colore abbia: Berlusconi, Renzi, Di Maio o Salvini o chicchessia solo per restare agli ultimi. E i poteri, come i potenti, sono nazionali, regionali, provinciali, locali: una rete che si dirama sul territorio nazionale meglio di ogni altra cosa. Ogni tempo ha il suo potere e il suo inevitabile codazzo. Ogni regione i suoi luogotenenti. Gli italiani salgono numerosi sempre sul carro dei vincitori soprattutto se hanno anche un minimo di militanza politica alle spalle. Gli italiani hanno fiuto e si prestano in vista di qualcosa in cambio, di qualche privilegio da spartire, di qualcosa di buono che solo con il potere della politica potrebbe arrivare.

La vecchia casta ha fatto molti errori e nell’era dei social ognuno può parlare e fare massa critica anche se è un emerito ignorante. Persino le casalinghe sono passate dalle associazioni (vedi Federcasalinghe) alla vetrina dei social: ognuna argomenta, discute di diritto, costituzione, politica, welfare come fosse un argomento di casa, un intervallo tra un bucato e un bucatino. Così nell’era digitale dove, come ha detto Umberto Eco, mandrie di pensatori ed esperti danno la loro ricetta, i finti indignati si sono riuniti, sono diventati essi stessi una “forza politica” appetibile. Davanti ad una tale novità qualcuno (vedi Casaleggio padre) ha capito prima degli altri quale vantaggio poteva venire e assieme ad un comico, passato per la prima Repubblica tra favori e molti “aiuti politici”, ha saputo organizzarsi per aggregare gli italiani “finti” indignati avvezzi, poco prima, a cercare ogni tipo di raccomandazione, privilegio, connivenza, protezione e rimasti ancora “fuori” privilegio per qualche motivo. Perché il nuovo è sempre “figlio” del vecchio. Anzi da esso è generato.  Perché “finti” indignanti e xenofobi nel mondo che cambia si sono organizzati sulla rete, hanno soffiato sui fuochi, sulle tensioni sociali, sui malcontenti, sulle attese dei tanti che non sono riusciti a sistemarsi. Si sono presentanti come “l’anticasta” usando e abusando della rete (spazio di comunicazione popolare per sua natura più “democratico” e gratuito) fino a quando la vecchia casta è stata sostituita da una nuova casta, fino ad oggi nel giorno in cui una nuova casta conquista il massimo potere e spazza via la vecchia casta.

La nuova casta sta attenta ai dettagli. Viaggia in autobus perché sa che questo piace al pubblico e risponde ad un marketing molto ben studiato. Soffiare sul fuoco, sulle paure ha portato solo buoni frutti. Andare oggi in taxi collettivo al giuramento del primo governo dove la nuova casta prende davvero il potere un marketing che continua e rinsalda consensi a buon mercato. Il voto del 4 marzo 2018 ha partorito questo: l’Italia “finta” indignata che invoca “hoonestà” ed un maggiore nazionalismo voleva questo e questo ha avuto. Perfetta democrazia che è pur sempre il minore dei mali e porta a cambiamenti comunque.

Ma cosa accade a qualche sparuto italiano che è stato sempre lontano da ogni partito, potere, gruppo politico, campagna elettorale, comitato d’affari se egli non decide di andare via dall’Italia che non ha mai premiato la meritocrazia in altro modo se non con il potere e le connivenze/militanze della politica? Quando può gioire quell’italiano che non ha mai avuto tessere di partito, che non crede nel consenso della politica, che non si fà suggestionare dalle promesse, dalle parole/marketing, dall’uso studiato del taxi collettivo, dalle facce vecchie e o nuove che siano? Come vive un italiano che rifiuta tutti i tipi di privilegi, che sceglie la gavetta a vita, che difende la sua libertà da tutto e tutti, che non ha mai cercato un protettore, un’ideologia, una scorciatoia? Come vive un italiano che guarda in faccia alla vita con la stessa lealtà, la meraviglia e la fantasia di sempre? Sono rimasto ancora con molte domande e poche, pochissime risposte.

Confesso, io sono figlio di un’Italia minore che si è opposto e si oppone alle caste di ieri e di oggi. Ho scelto il giornalismo fuori da ogni coro e da ogni connivenza per farlo con il coraggio, la denuncia, la serietà. Vivo di gavetta per scelta da quando sono uscito dagli studi universitari di Filosofia con il massimo dei voti e la lode. Da quando non conto più i libri che ho pubblicato e pubblico; da quando non meno più vanto delle cose che ho fatto e faccio, degli ostacoli che incontro, dei pagliacci che conto, della vita semplice di coloro che racconto.

La nuova casta è figlia della stessa Italia di ieri: trasformista, parecchio puttana, che si adatta al vento, che si fingeva anticasta, che si mette i tacchi a spillo, la giacca scura e ha il volto di Di Maio, un ragazzo venuto dal nulla che non ha studi e nessuna competenza, che non ha fatto nessuna gavetta, ma ha quella faccia “qualunque” e il sorriso sempre pronto, preziose doti per il marketing grillino come è accaduto con la Raggi a Roma e l’Appendino a Torino: gente che deve bucare lo schermo, la tv, il telefonino pur non avendo nessuna spiccata competenza, pur non avendo dimostrato nulla prima di entrare in politica. Gente che deve far finta di dire qualcosa di buono anche quando non dice nulla. Gente che deve sembrare brava gente, onesta sempre e lontana dal potere politico anche quando diventa essa stessa potere politico. La nuova casta ha il volto di Salvini che comunica parlando con la stessa demagogia degli operai, dei poveri, dei bisognosi. Parlare degli ultimi con i tanti soldi presi attraverso la militanza politica fa sempre bene. Paga e porta vantaggio come quando portava vantaggio ai comunisti o a chi parla dei poveri avendo uno stipendio da 15 mila euro al mese, una barca a Gallipoli e molto altro.

Io sono stato fuori da ogni coro, lontano per scelta e per libertà di pensiero nella prima Repubblica, nella seconda e nella terza. Sono stato lontano e fuori da ogni potere per colpa di maestra filosofia che mi indica strade diverse e solitarie e parla di me e degli altri, di tutte le miserie e le grandezze che possiamo avere. Non si vanta, non si gonfia, non cerca consensi. Nemmeno io e nemmeno medaglie. Non mi suggestiona più il panorama umano offerto dal mondo politico o dalle competizioni sfrenate. In realtà, non mi ha mai suggestionato. Eppure, ancora mi incanta, come fosse al primo giorno di vita, il sole rosso di stasera, gli occhi dei bambini che trovo per strada o abbraccio a casa, la tenerezza degli anziani che contano i mesi e nascondono qualche paura in più.

Bugia e verità, vecchio e nuovo, luce e buio saranno sempre legati a doppio filo. La politica è il luogo meno indicato dove trovare le loro differenze e la bellezza della vita: quella che conta, quella che resta. La politica è il luogo dove il potere e le caste, vecchie e nuove, prendono forma, si susseguono, si avvicendano. La politica divide per interessi, per demagogie, per ipocrisie, per spartizione. La politica è falsa, bugiarda e sarà sempre la stessa puttana che c’era prima che cerca il migliore offerente. Ma essa è anche l’unico luogo dove tentare di migliorare le cose, portare voci diverse, provare a dare luogo ai sogni, creare contrappesi di speranza, sfidare l’ebbrezza del potere che logora e corrompe. Nel frattempo, i “nuovi” italiani non sono più indignati. L’indignazione ha trovato poltrone più comode, comodi pensieri. Resta ancora qualcuno, o forse molti, che sui social, dove la stupidità continua a dilagare, a confidare che il nuovo porti quel mondo che tutti sogniamo da millenni fatto di giustizia, equità, uguaglianza, meritocrazia, assenza di caste. Essi si sentono massimamente rappresentati da questa nuova casta che non chiameranno mai casta perché di essa sono ancora troppo innamorati. Tutto il bene ora, tutto il male prima come se questi nuovi potenti fossero tutti venuti da Marte, non avessero avuto né famiglie né storie. Come un vero tifo da stadio. Non so dire se costoro sono imbecilli davvero o sanno di recitare a soggetto perché hanno qualche vendetta da consumare o perché a loro piace una vittoria che sappia confortare piuttosto che uno sguardo più reale sul mondo e sulle cose.

La nuova casta alletta molti esclusi e ancora qualche reduce “finto” indignato. Davanti ad essa io resto con la stessa indifferenza con cui restavo davanti alla vecchia casta, ai politici blasonati e potenti del PD, di Forza Italia o della vecchia DC. Sono altrove a cercare storie di vita sulle quali nessuno ha messo mai un riflettore: italiani di età diverse che meriterebbero molto di più di quello che guadagnano con estrema onestà (quella vera) perché hanno studiato, si sono preparati, si sono seriamente messi nelle condizioni di dare qualcosa di bello a se stessi e alla comunità dove sono nati. Essi resteranno là dove sono sempre stati ed io sarò con loro, sarò uno di loro: senza partito, senza appartenenze, senza privilegi, senza rappresentanza!

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