Emanuele Cerullo si è laureato e questo è il mio modo per fargli gli auguri

Mi ha chiamato il giorno prima del giorno in cui doveva laurearsi. “Francesco, domani mi laureo. Domani è il nove luglio e noi saremo in nove a laurearci. E tu sei nato il nove maggio… questo nove!” È stata una di quelle tipiche telefonate che ci siamo fatti di solito, in questi anni, io ed Emanuele Cerullo. Questa volta il traguardo era ad un passo. Ci siamo fermati a parlare del futuro, dell’impegno che in questi anni, quel ragazzo di Scampia a cui rivolsi da subito la mia ammirazione, ha messo in campo per fare belle cose.


Sarà che certe affinità sono elettive e le senti da subito. Le senti a pelle, le senti anche quando ci sono anni di differenza o le storie di vita, come sempre, sono diverse ma contigue, vicine, affini… appunto. Emanuele Cerullo era nato nella vela celeste di Scampia, io nelle vele di una vita precaria alle porte di Napoli. Abbiamo avuto entrambi dei grandi maestri di vita: i nostri genitori, i nostri amici più prossimi. E quando potevamo prendere strade sbagliate di violenza e sopraffazione abbiamo rifiutato. Se un qualsiasi talento si mette a disposizione del male il mondo riceve un danno senza fine. Invece non fu così, per fortuna. Abbiamo rifiutato assieme il puzzo del compromesso ed ogni ciarpame. Io alle storie delle strade che negli anni settanta e ottanta, ero un adolescente, avevano mille più scorciatoie e mille fascini effimeri. Emanuele al fascino degli spari e del potere criminale, durante la faida di Scampia, preferì i colpi messi a segno dal fratello più grande che gli regalava i libri per farlo aprire alla vita quando era ancora un ragazzino delle medie. Alle buste trasparenti di morte con la cocaina che avevano dentro preferì i fogli più bianchi su cui iniziò a scrivere i suoi versi. Io ed Emanuele abbiamo venticinque anni di differenza ma siamo stati amici e “coetanei” da subito in nome della vita e delle sue strade impervie che ciascuno di noi due ha percorso, della cultura e della legalità. Emanuele mi ha ricordato, dal primo momento, una parte fondante del ragazzo che sono stato e sono. Quello che cercava e cerca, come lui ora, senza affidarci a santi in paradiso, con una laurea nelle umane lettere, io in Filosofia, lui in Lettere moderne, conseguita, entrambi, con il 110 e lode ed il valore che abbiamo dato ai libri scritti e letti come alla cultura che ci rende umili, un modo per stare al mondo e sopravvivere, supportandosi(ci), di pane, cultura ed impegno civile.

Rividi me stesso quando nel 2009 lo conobbi presentandolo ad un Premio di poesie che conduco da anni nella Sala capitolare di San Lorenzo maggiore a Napoli. O quando, quattro anni fa, mi disse che cercava un editore per le sue poesie e non riusciva a trovarlo. Gli dissi subito: “Lo hai trovato!” Non dimenticherò mai la gioia dei suoi occhi quando gli diedi la mia disponibilità a pubblicare le sue poesie. Come se in quel sorriso avessi trovato il mio, mai dato davanti alle porte chiuse che ho trovato quando, con il massimo dei voti e la cultura che amavo ed amo portata in dote, avevo chiesto anch’io una possibilità. Se uno può fare qualcosa di buono per gli altri e non lo fa per scelta, distrazione o avarizia butta via la più grande delle gratificazioni che si possono avere quando fai qualcosa di buono e di concreto per gli altri. Di tutto quello che sarà domani Emanuele Cerullo resta quel punto di partenza. Resta quel primo passo, quel libro che, con gioia, decisi di pubblicargli. E tutte le sue gioie future saranno anche le mie gioie in nome della vera amicizia e delle affinità che crearono quell’umano sodalizio.

Intanto, la storia editoriale del suo primo vero libro “Il ventre di Scampia”, come in edizioni neomediaitalia decidemmo di titolarlo, è stato il giusto coronamento alla bellezza di certe storie di vita e di passione, alla bellezza delle sue poesie. Con quel libro Emanuele ha fatto sapere a tutti coloro che lo hanno conosciuto e lo conoscono (nella scuola, in televisione, nei salotti bene, tra i letterati spocchiosi, tra i lobbysti della cultura) chi è e in quante cose belle può trasformarsi l’impegno ed il talento di un ragazzo nato e cresciuto tra le vele di Scampia, quel luogo di Napoli, e quindi d’Italia, a cui diamo i primati e le icone di tutto il male e di tutte le contraddizioni che certi posti (mentali e fisici) possono avere.

L’altro giorno, il nove luglio Emanuele Cerullo si è laureto con il massimo dei voti e dell’entusiasmo e con tutte le incertezze che il “sistema Italia” dava e dà a coloro che si laureano, con il massimo dei voti, e ogni distanza dai poteri forti, dai partiti, dalle lobby, dalle famiglie potenti e dalle raccomandazioni. Non sono riuscito ad arrivare in tempo alla sua discussione di laurea come avrei voluto e come lui avrebbe desiderato. Ma c’ero con il cuore, la mente, i sogni e l’impegno che abbiamo condiviso, la visione di un mondo che si compone di sacrifici veri e di percorsi infiniti. Di umiltà, che deve sempre restare tale, di rispetto e visioni.

Emanuele ha affidato, poco dopo la laurea, ad un post e ad una foto il suo stato d’animo dopo aver discusso la sua tesi che a leggerlo trovo tutto quel suo candore che conosco bene: “Arrivo in ritardo, ma l’Amore mi accoglie. Discussione. Microfono rotto. Usiamo il diaframma. Troppo caldo, fammi togliere la cravatta. Ho finito. Saluti. Baci. Abbracci. Gente bella per me, ma non ci sono tutti, non ho avuto modo di avvisare tutti (sono stati giorni frenetici, come sempre). Proclamazione. Abbracci e lacrime. Dottore Magistrale in Filologia Moderna, dicono. Discorso. Champagne e pasticcini. E poi? E poi mancava qualcosa, mancava la foto con lei: eccola; è alle mie spalle, il mio passato più vicino, la mia radice, la Vela celeste: il luogo nel quale, durante la faida di camorra, ho scoperto un oceano di autori, Dante compreso. Oggi mi sono laureato con una tesi incentrata principalmente su una sua poesia giovanile: ci lavoravo da cinque anni e ho annunciato, durante la discussione della tesi, una mia scoperta sul sonetto finora clamorosamente sfuggita agli studiosi. Nel momento della scoperta provai un brivido indescrivibile, perché in quell’istante Dante mi stava parlando: “Vedi? Ho ancora qualcosa da mostrarvi”. L’inferno alle mie spalle (prima che diventasse residenza della spettacolarizzazione) dove ho scoperto la letteratura. La letteratura che mi ha salvato. La letteratura che sta sciogliendo questo cemento e la Vela resta lì: ritorno da un viaggio e mi ricorda i primi approcci con la poesia, proprio lì, tra droga, violenza, camorra, povertà. Con le vele alle spalle e a piedi nudi su questa terra. Perché a me interessa la terra, io devo continuare ad affondarci le mani: “il ventre di Scampia” è stato il primo step.
Grazie a chi mi ha supportato/sopportato in questi anni. Grazie a chi è venuto ad assistere. Grazie a chi voleva presenziare, ma non ha potuto. Grazie al Sindaco di Napoli per l’abbraccio. 
E MO, CON QUESTO 110 E LODE, PIGLIAMMECE ‘STU SCUDETT’ E RIPRENDIAMO A SCRIVERE.”

Ora inizia un’altra stagione vita, la ricerca di un sostentamento sicuro da cui avere il pane e l’entusiasmo, una direzione d’esistenza, un impegno nobile da portare avanti, una sfida ardua. Ma Emanuele saprà essere brillante come già è stato. Auguri di cuore, amico mio. Mille e mille di questi giorni. Perdona, se facendo tardi come te, ho fatto troppo tardi e quando potevo eri già altrove. Questa foto che hai pubblicato è potente, emblematica per infiniti motivi. Resterà negli occhi e nel cuore per sempre!

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