Di tutte le foto che conservo delle cose vissute e fatte assieme ad Aldo Masullo queste che riporto qui, dalla copertina al fondo, hanno il pregio di stare in un tempo di mezzo. In mezzo tra il giorno in cui conobbi Aldo, nell’autunno dell’anno 90 (quando iniziai il mio percorso di studi universitari alla Facoltà di Filosofia della Federico II dove Aldo ha insegnato per anni filosofia morale) e i giorni nostri quando nonostante la sua veneranda età non si sottraeva mai a tutti gli inviti pubblici o più privati, le sollecitazioni che gli facevo per registrare interviste, presentare nuovi progetti o libri, scrivere la prefazione di una nuova opera. Aldo è stato il mio docente di filosofia teoretica. Colui che mi accompagnò fino al compimento degli studi, che venne alla presentazione del mio primo libro, quella tesi di laurea dal titolo “La solitudine e la socievolezza nel pensiero politico di Jean Jacques Rousseau” che la Firenze Atheneum mi volle pubblicare e della quale lui ne fu sempre un fiero sostenitore. In queste foto che riporto siamo assieme a Massimo Milone che ci “condusse” quella domenica del 10 novembre 1997 quando quel mio primo libro vide la luce.

Aldo Masullo fu colui che mi diede fiducia quando, arrivato al Senato della Repubblica, eletto senatore e componente presso la VII Commissione Cultura, mi volle affidare un incarico di consulenza che portai a compimento con grande zelo ed entusiasmo. Aldo usava dare del “lei” anche agli studenti giovanissimi di filosofia e non amava mai mettersi sopra piedistalli autoreferenziali. Non ricordo una sola volta nella quale, arrivato a casa sua, al momento del saluto, non si fosse alzato per accompagnarmi fino all’ascensore come fosse il garbo e la tenerezza di una persona di famiglia. Dopo gli anni universitari e la laurea il nostro rapporto si consolidò grazie ad un’immensa, ricambiata, vivida e profonda stima. Lui capì che io non cercavo scorciatoie né modo alcuno per raggiungere un qualche privilegio. Io capii che lui è stato sempre un uomo di passioni e d’intelletto. Fuori da ogni logica di potere chiuso su se stesso. Assieme affrontammo i grandi temi della filosofia, gli squarci della vita quotidiana, le calure di certe estati napoletane e romane e la pioggia quando d’inverno capitava di registrare un suo intervento video. Approfondimmo i difetti della borghesia napoletana e ciò che il tema della morte e della fede suscitava in lui che della fede aveva un aspetto del tutto razionale. Aldo è stato un mio maestro di filosofia e di rigore. Una vita vissuta con la stessa identica curiosità per il futuro e per la vita.

Un giorno, mentre stavamo registrando un suo intervento per una puntata sulla camorra, mi disse: “ogni uomo che muore è un mondo che muore e questo, che è stato un elemento della mia ingenua convinzione fin da ragazzo, lo si può trovare perfino consacrato nell’altezza geniale di un filosofo come Giordano Bruno.” A risentirle oggi, quelle parole, appaiono testamento, profezia, percorso d’ontologia e di senso, escatologia di ogni morale laica e civile.

“È vero, Aldo, ogni uomo che muore è un mondo che muore. Lo è per tutti come, stasera, lo è per te da quando, pochi minuti fa, ho appreso la notizia della tua dipartita. Ho riannodato, come in un remake che facciamo sempre quando va via qualcuno che abbiamo conosciuto da vicino, mettendo assieme d’istinto le tante cose che sono state in questi lunghi anni o, anche solo, se raccolgo quelli più lontani da qui che vocai agli studi universitari, a maestra filosofia e al convivio umano di cui in tante occasioni abbiamo parlato. Sei stato esempio di vita e d’intelletto, di rigore e d’impegno civile, di incoraggiamento e di supporto. Un napoletano atipico che ha portato la lucidità vivificante del suo ragionamento in tante occasioni e tanti posti del mondo dove ti si chiedeva d’intervenire sui temi della filosofia contemporanea, della storia moderna e delle sue prassi, della distinzione tra la morale e l’etica a partire da Aristotele e dalla filosofia greca delle origini. E poi i tedeschi di Heidelberg e l’impegno del Novecento per capire dove fosse andato a finire il senno degli umani durante le grandi tragedie del secolo scorso. Sei andato via in mezzo a questi giorni d’isolamenti sociali che ancora chi va via deve farlo da solo. Nessuna camera ardente, nessun saluto pubblico, nessun modo per arrivare accanto al tuo feretro e darti l’ultimo saluto. Sicché queste parole avranno, come fosse un saluto pubblico e privato, il compito ed il pregio di arrivare lì dove ora potresti stare tu o chiunque lascia questo mondo portandone via con sé una parte. Magari in un posto senza divinità come tu prefiguravi con lealtà e nessun cedimento alla paura umana oppure, al contrario, in quel mondo metafisico che ad un filosofo lucido e rigoroso come lo sei stato tu non può apparire fino a quando non vede le cose oltre la dimensione gnoseologica che ci è data.

Dovunque tu sia ti giunga il mio “grazie”! Per quello che sei stato, per le lezioni di filosofia con cui ci intrattenevi trent’anni fa. Grazie per tutte le volte che sei venuto alle cose che mettevo in piedi, per i consigli dati, per la comprensione, per la premura con cui mi domandavi dei miei figli e della mia vita concreta. Grazie per quando quel giorno, negli spazi austeri del Senato della Repubblica, mi dicesti che la mia limpidezza intellettuale mi avrebbe fatto avere sempre allergie per la politica, quella dei partiti e delle fazioni. Quella che non cerca mai la verità ma il consenso e per ottenerlo si macchia, persino, del reato di raccontare bugie. Grazie per il modo con cui sei rimasto giovane e curioso nel modo di guardare il mondo e di capire, fino alla fine, che cosa potrebbe esserci ancora nascosto che non riusciamo a comprendere. In fondo fu mistero la vita che ci portò al mondo. E mistero resta la morte che quella vita ci toglie.

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