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La solitudine di Francesco

Aveva iniziato quel 13 marzo 2013, il giorno legato alle apparizioni di Fatima e già questo, per chi vede segni nelle cose che accadono, era un segno importante. Francesco, il primo Papa a chiamarsi così, era stata una sorpresa negli ambienti vaticani. L’Argentina da cui veniva non era compendiata tra le zone “papabili” del mondo sette anni fa. E invece andò così e andò a furore di popolo. La popolarità di Francesco fu qualcosa di concreto che si diffuse ovunque già nel corso delle prime settimane di pontificato. Chi era quest’uomo diventato Papa che volle restare nella semplicità? Che invitò una guardia svizzera ch’era di turno fuori la porta della sua stanza a fare colazione con lui? E come poteva un Papa voler restare tra la semplicità del palazzo di Santa Marta e non nei consueti e più lussuosi appartamenti vaticani destinati ai pontefici? Accadde tutto assieme e il mondo capì davvero che questo Papa era diverso. Eppure, si mise in moto, nel frattempo, la chiesa dei privilegi, quella dei cardinali e dei vescovi abituati al lusso estremo, quella dei preti comodi che restano papponi a vita sulle spalle di santa romana Chiesa. Quella di destra che invita alla tradizione della supposta ortodossia. Quella delle allegre finanze che consuma in beni di lusso e vizi il denaro che i fedeli danno alla Chiesa per i poveri del mondo. Quella per nulla testimone di semplicità e di coerenza dacché persino volgare e tracotante nel modo di essere e di vivere.

Francesco, così temerario, così diverso da altri papi, capì che il percorso non sarebbe stato affatto facile. Alti prelati dissero che si era messo a telefonare la gente comune ma non rispondeva ai suoi cardinali che lo cercavano al telefono. Dissero che stava distruggendo i dogmi della Chiesa. Dissero che era troppo diverso, che non poteva invitare i preti e i sacerdoti di ogni parte d’Italia ad aprire la porta se un immigrato, un povero avesse bussato alle porte dei loro conventi, delle chiese, delle loro curie per chiedere aiuto ed accoglienza. Dissero che aveva aiutato la dittatura argentina, che era il Papa di Satana e non della Chiesa. Dissero e scrissero, come ora, molte cose brutte. E Francesco capì che non sarebbe stata proprio una passeggiata con l’altro Papa vivente così diverso da lui e così vicino agli ortodossi tradizionalisti, ai suoi nemici dichiarati. Francesco sarebbe stato solo in molte occasioni e così sta accadendo.

Molte delle sue dichiarazioni sono state prese di mira in questi anni. Quella degli omosessuali che non si debbono giudicare se cercano Dio fu tra le prime. Era il luglio del 2013. Gli si chiese della «lobby gay» e il Papa disse che in Vaticano non è che ci sia scritto sulle carte d’identità e comunque, semmai, il problema sono le lobby di qualunque genere, non le tendenze: «Se una persona è gay e cerca il Signore e ha buona volontà, chi sono io per giudicarla?». Il Papa parlò per un’ora e venti e rispose a tutte le domande, libere e non preparate, dei giornalisti che volavano con lui da Rio de Janeiro a Roma. Disse che sullo Ior non aveva ancora deciso ma «di certo qualsiasi cosa diventerà lo Ior, ci vuole trasparenza e onestà». Parlò di monsignor Scarano e sillabò: «Abbiamo questo monsignore che è in galera: non è andato in galera perché assomigliava alla beata Imelda!», espressione spagnola a significare che non é uno stinco di santo. Del suo rapporto con Benedetto XVI sorrise: «Adesso abita in Vaticano e c’è chi chiede: ma non ti ingombra? Non ti rema contro? No, per me è come avere il nonno saggio in casa….». Del ruolo delle donne nella Chiesa: «Chiesa senza le donne è come il collegio apostolico senza Maria». E così via, per oltre un’ora. Una lezione di libertà che si concluse con un applauso generale di settanta giornalisti da tutto il mondo. E pensare che all’inizio della conversazione aveva detto d’essere “un po’ stanco”.

Molte altre sue esternazioni seguirono la stessa sorte. Pedofilia, vita religiosa, coerenza con i comandamenti, accoglienza del diverso, il valore dei poveri, la guerra e l’odio, il pettegolezzo tra di credenti e la corruzione: tutti temi caldi sui quali Francesco ha portato l’attenzione in questi anni più forte che mai con chiarezza e fermezza. Più compatto ancora è stato il fronte degli avversari quando Francesco ha deciso di mettere mano alla riforma finanziaria della Chiesa di Roma. Le ultime e recentissime cronache vaticane vanno dritte in quella direzione. Dal cardinale Pell a Becciu il filo rosso unisce gli averi della Chiesa. Soldi, lasciti, investimenti, conti all’estero. Sono spariti 20 milioni di sterline dalle disponibilità che il Papa ha per aiutare i poveri del mondo. Gli amici fidati messi a capo di compiti cruciali per disegnare la nuova Chiesa di Roma con al centro di Cristo e la sua povertà hanno quasi tutti tradito il Papa argentino. Francesco è oggi solo come mai prima. Fiaccato, persino, dalla solitudine di una pandemia globale che lo ha segregato in Vaticano. L’immagine della scorsa Pasqua, nell’anno terribile del covid, in piazza San Pietro parla più di mille parole.

Nessuno oggi può prevedibilmente anticipare scenari futuri. Né come finire la pulizia che Francesco vuole fare tra le altre sfere della gerarchia cattolica. Nessuno può dire se Francesco dovrà arrendersi ai tanti nemici oscuri (e non solo) che sono contro di lui e contro ciò che lui vuole fare. Le sue dimissioni potrebbero essere un risvolto e sarebbero un fatto davvero unico nella storia della Chiesa stando ancora in vita l’altro Papa (emerito) che fece strada a Bergoglio. Negli ambienti vaticani si respira, in questi giorni, un’atmosfera molto pesante. C’è aria da resa dei conti. Ci si guarda da tutti dacché nuove dichiarazioni, pentimenti repentini potrebbero affondare ancora di più nelle pieghe de i temi cruciali che Francesco sta cercando di risolvere. C’è chi paventa molte altre sorprese. Ma più di tutti colpisce e desta preoccupazione la solitudine di Francesco, icona plastica di tempi difficili.

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