Vien detta mindfulness (o “piena presenza”) ed è la pratica di focalizzare intenzionalmente l’attenzione sul momento presente. Si tratta di osservare i propri pensieri, le emozioni e le sensazioni fisiche ma in modo curioso, distaccato e non giudicante. L’obiettivo è ridurre lo stress e aumentare la stabilità emotiva. Per questo nella psicologia contemporanea la mindfulness viene descritta come l’incontro fra due capacità: notare ciò che accade mentre sta accadendo e accoglierlo senza attaccarlo né scacciarlo. In buona sostanza non si tratta di “spegnere i pensieri”, ma di sviluppare uno sguardo più ampio su ciò che succede dentro e fuori di sé. Questa attitudine si avvicina molto a quella che in vari contesti viene chiamata “arte dell’abbastanza”: la capacità di sentire pienezza nei gesti ordinari, senza aspettare l’evento straordinario per concedersi di stare bene. Non è rassegnazione né rinuncia all’impegno; è la consapevolezza che:
– il presente è l’unico tempo realmente disponibile;
– inseguire una perfezione impossibile alimenta frustrazione e senso di inadeguatezza;
– imparare a dire “così com’è, adesso, è sufficiente” riduce una buona parte di sofferenza inutile.
Intanto, dal punto di vista clinico gli studi mostrano che la difficoltà ad accettare esperienze interne spiacevoli (pensieri, emozioni, ricordi) è strettamente legata a diverse forme di disagio psicologico. Non a caso lavorare su questa abilità non è solo un tema “spirituale”, ma un vero e proprio fattore di protezione. Accettare qualcosa che fa male – una perdita, una malattia, un cambiamento imprevisto – non è un gesto puntuale, ma il risultato di un processo spesso lungo. Diverse componenti lo rendono faticoso.
Il nodo cruciale è quello di capire che il cervello fa fatica ad aggiornare la realtà. E che ogni persona costruisce nel tempo una sorta di “mappa” di sé, degli altri e del futuro. Quando accade qualcosa che stravolge quella mappa, il sistema mentale deve ricostruire da zero aspettative, abitudini, scenari. Questo richiede energia, e la mente tende a resistere, a oscillare fra vecchia e nuova versione della realtà. Ecco perché, ad esempio:
– dopo un lutto o una separazione, per mesi si vive come in un alternarsi di incredulità e presa di coscienza;
– in seguito a una diagnosi o a un fallimento importante, emerge spesso un senso di spaesamento ripetuto, come se la novità dovesse essere “riscoperta” ogni volta.
Non è mancanza di forza di volontà: è il risultato di un riadattamento profondo che procede a piccoli passi. Si tratta di un percorso che la psicologia clinica descrive fatto di emozioni considerate “negative” (tristezza, ansia, rabbia) che però hanno un ruolo funzionale nei processi di accettazione:
– la tristezza spinge a ritirare energie da ciò che non può più procedere e a rivolgerle gradualmente altrove;
– l’ansia segnala che il contesto è cambiato e richiede cautela, perché le regole di prima non valgono più allo stesso modo;
– la rabbia può proteggere dal ripetere situazioni dannose, indicando che è necessario porre limiti diversi.
Accettare non significa eliminare queste emozioni, ma riconoscere che possono accompagnare il cambiamento senza doverle spegnere a ogni costo. E soprattutto senza aver fretta di arrivare a soluzione o all’idea, molto diffusa, che una persona “forte” sappia adeguarsi a tutto e gestire sempre le proprie emozioni. Questo produce un doppio problema:
– si giudicano come “sbagliate” le proprie reazioni di dolore, paura, scoraggiamento;
– ci si sforza di cambiare anche ciò che è fuori portata (il passato, alcune condizioni irreversibili, le scelte altrui).
Da qui nasce una quota extra di sofferenza: non si soffre solo per ciò che è successo, ma anche per il fatto di pensare che non si dovrebbe soffrire così. L’accettazione psicologica, al contrario, implica anche accettare che alcune situazioni restano dolorose, pur scegliendo come muoversi all’interno di esse. Il percorso è del tutto individuale. Per alcuni lentissimo e assai doloroso. Per altri fatto di alti e bassi. Per altri ancora di supina rassegnazione. Eccedere in un punto o nell’altro fa sempre danno. La vita riannoda solo quando siamo noi a lasciarglielo fare. Senza resistenze, senza affanni, senza alcuna disperazione.
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