Jean Paul Sartre era nato a Parigi il 21 giugno del 1905. Nelle stessa città morì il 15 aprile del 1980. Anticonformista, inquieto, irriverente verso i poteri forti, il filosofo francese è stato uno degli intellettuali più importanti del Novecento. Premio Nobel per la Letteratura nel 1964. Fu un tenace sostenitore dell’ideologia marxista anche quando il marxismo ispirò il materialismo storico. Fu esistenzialista Sartre sostenendo quell’umanesimo ateo che, appunto, negava Dio in nome della ragione umana. Eppure qualche anno prima, nel 1940, il filosofo ateo ed esistenzialista che avrebbe persuaso decine di giovani a rifiutare la strada della fede tanto da essere definito “il cattivo maestro” compose una delle riflessioni più belle che siano mai state scritte su Maria, la madre di Gesù. Ho piacere di riportarla qui tanto è stata, in questi anni, taciuta. Con una tenerezza senza pari, il filosofo francese si era messo nella condizione di una madre a cui era stato rivelato di essere madre di un Dio/bambino. Quale condizione, quale travaglio dopo il travaglio fisico del parto, Maria avrebbe dovuto provare? E quale sofferenza al cospetto di un bambino nato dal proprio ventre ma destinato ad essere Agnello sacrificale per essenza. Qual tipo di viso avrebbe potuto sostenere un simile dolore? E, soprattutto, come un uomo poteva immaginare, magari dipingere, quel viso di donna e di madre quale fu Maria? Così, allora, il filosofo francese scrisse nel 1940…

 

 

«Ciò che bisognerebbe dipingere sul viso di Maria è uno stupore ansioso che non è apparso che una volta su un viso umano. Poiché il Cristo è il suo bambino, la carne della sua carne e il frutto del suo ventre. L’ha portato per nove mesi e gli darà il seno e il suo latte diventerà il sangue di Dio. E in certi momenti, la tentazione è così forte che dimentica che è Dio, lo stringe tra le sue braccia e dice: piccolo mio! Ma in altri momenti rimane interdetta e pensa: Dio è là!. E si sente presa da un orrore religioso per questo Dio muto, per questo bambino che mette paura. Poiché tutte le madri sono così attratte davanti a questo frammento ribelle della loro carne che è il loro bambino che si sentono in esilio davanti a questa nuova vita che è stata fatta con la loro vita e che popolano di pensieri estranei. Ma nessun bambino è stato più crudelmente e più rapidamente strappato a sua madre, poiché egli è Dio ed oltre tutto ciò che lei può immaginare. Ed è una dura prova per una madre aver vergogna di sé e della sua condizione umana davanti a suo figlio. Ma penso che ci sono anche altri momenti, rapidi e difficili, in cui sente nello stesso tempo che il Cristo è suo figlio. Lo guarda e pensa: questo Dio è mio figlio. Questa carne divina è la mia carne. È fatta di me, ha i miei occhi e questa forma della sua bocca è la forma della mia. Mi rassomiglia. È Dio e mi assomiglia. E nessuna donna ha avuto dalla sorte il suo Dio per lei sola. Un Dio piccolo, che si può prendere nelle braccia e coprire di baci, un Dio caldo che sorride e respira, un Dio che si può toccare e che vive. Ed è in quei momenti che dipingerei Maria, se fossi pittore, e cercherei di rendere l’espressione di tenera audacia e di timidezza con cui protende il dito per toccare la dolce piccola pelle di questo bambino Dio di cui sente sulle ginocchia il peso tiepido e che le sorride».

Attorno al viso e al volto del quale vi è stata la maggior parte delle produzioni d’arte sin dall’antichità, un filosofo che sarebbe approdato all’ateismo, fu capace nell’anno 1940 di scrivere una delle più belle pagine sulla figura di Maria, madre e donna. Il testo è tratto dal libro di Jean Paul Sartre che ebbe come titolo Bariona o il figlio del tuono: racconto di Natale per cristiani e non cristiani, 117 pagg., Marinotti, 2003.

0Shares